
Dieci anni sono tanti, un quarto della mia vita.
E dieci anni è il periodo che io ho vissuto nella casa in zona stazione.
“Buongiorno, sono un tecnico enel…” questo l’inizio della telefonata dove, un ragazzo leggermente balbuziente, mi informava che, per un qualche strano motivo, non riuscivano a togliere la corrente al mio vecchio appartamento “il computer non riesce a collegarsi all’apparecchio, dovremmo venire a fare il lavoro manualmente”.
La mia vecchia casa non voleva morire, non lasciava che uno stupido tecnico la spegnesse, avrei dovuto farlo io.
Sono entrato quindi, per l’ultima volta, in quell’enorme casa vuota.
Di quello che c’era prima non è rimasto nulla, solo i fantasmi dei quadri sui muri.
Ho indugiato un attimo in ogni stanza, sembrava tutto così diverso.
Mi sono diretto verso l’ultima camera, e camminando i miei passi rimbombavano per tutti i centoquaranta metri quadri.
Il suono mi sembrava assordante, facevo fatica a sopportarlo.
Dalla centralina, in fondo alla stanza buia, una luce rossa sembrava fissarmi, mi implorava di non abbassare quella piccola leva nera.
Ed è stato come se, quella piccola luce, iniziasse ad elencarmi tutto quello che la casa aveva fatto per me.
Mi ha urlato i nomi di tutti quelli che sono stati tra quelle mura, riportando alla mia mente ogni singola emozione.
Tutte le persone che ho amato, quelle che mi hanno amato, le bugie, i compromessi, le notti di sesso, le urla, le risate, le sorprese, le lacrime, i baci, le coccole nel letto, le cene, la rabbia, l’odio, la luce dai cristalli, i muri arancioni, le mie lucine, il sangue, il sudore… click!
Con un rapido gesto ho staccato la corrente, la luce rossa si è spenta, e la voce che stava gridando ha improvvisamente taciuto.
Prima di uscire, ho dato un bacio a tutte le porte e poi, con un giro di chiave, ho chiuso una serratura che non aprirò mai più.