Archivio dell'autore: larvotto

Du iu spic inglisc?

Cantare in inglese fa figo ed è una lingua che qualsiasi cosa uno dica sembra la roba più gagliarda del mondo… più o meno.
Certamente l’italiano è più difficile, altrettanto musicale (anche di più) però implacabile.
Quindi, se in inglese “Hey boys, hey girls, superstar dj, here we go!” fa figo e tutti lo urlano, se la trasliamo in italiano “Hey ragazzi, ehi ragazze, famosissimo dj, dai che andiamo!” diventa una delle cose più orrende del mondo.

Testi a parte però mi chiedevo se, facciamo ad esempio un ragazzo di Londra di buona cultura, sente un italiano cantare in inglese, prova lo stesso effetto che ho io nel sentire Róisín Murphy cantare in italiano, senza passione, senza sentimento e, soprattutto, senza avere (credo) la minima idea di quello che sta dicendo.
Dalla wiki leggo questa sua dichiarazione:

“Di solito scrivo io il materiale che canto, ma ora, registrati questi brani, mi rendo conto di aver scritto di rado canzoni che ‘spingessero’ veramente la mia voce. […] Cantarle è stato uno sforzo. Ovviamente spero che lo sforzo non sia percepibile. Una brava cantante dovrebbe essere in grado di far sembrare tutto semplice.”

Cara la mia Rosina, mi dispiace dirtelo ma si sente eccome, si sentono i difetti, si sente la mancanza di potenza vocale, si sentono tutti i tuoi stenti, quindi, nonostante le tue canzoni mi piacciano molto, limitati ai tuoi “Let me know when you’re lonely, babe” e lascia “Non Credere” a chi sa cantare perché i paragoni con chi l’ha interpretata prima di te sono davvero senza pietà.

Le storie su Instagram

Le storie su Instagram, ne avevamo davvero bisogno?
Personalmente la trovo la cosa meno social del mondo, puoi commentare solo in privato, non puoi mettere un like ed i video si cancellano dopo 24 ore.
Certo, visto la bruttezza della maggior parte delle storie questo è un bene, però il senso?
Senza contare la tristezza di vedere fior di instagrammer, con gallerie strepitose piene di foto bellissime, sfoderare storie algide, chiacchiere sottovoce con voci di merda, minivideo al cesso, tutta roba che, al confronto, le ragazze del calipso ad Ostia erano da premio oscar.

Large Man Looking At Co-Worker With A Magnifying Glass --- Image by © Images.com/Corbis

Facebook e i dubbi

Ciclicamente crescono in me mille dubbi legati a Facebook e tutti gli altri “social” di cui la rete brulica.
Ne abbiamo davvero bisogno?
Nel senso, io ho sempre avuto un blog (anche se ultimante non scrivo praticamente niente), ma i blog sono diventati obsoleti e (quasi) nessuno si prende più la briga di leggerli, sono più complicati da seguire, sviluppano meno traffico perché nessuno legge o commenta (trasformando il post in onanismo cibernetico), contemporaneamente i vari social sono diventati totalizzanti, difficili da gestire, se non con molto lavoro, diventano un contenitore di informazioni fuori controllo che possono, a volte, diventare dei boomerang, specialmente sul posto di lavoro.
La domanda è: abbiamo bisogno di tutti questi social?
O forse sarebbe meglio chiedere: siamo capaci di usare questi social?

Credo che per entrambe le domande la risposta sia: no.

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Kung Fu Adinolfi 

Ok, ho appena visto Kung-Fu Panda.Non ho ben capito quale sarebbe quella cagata gender di cui parlava Adinolfi. Voglio dire, sta parlando di una favola a cartoni? Tipo Qui Quo Qua, tipo il Libro della Giungla, tipo, boh, Jeeg Robot? Voglio dire, anche loro hanno un percorso di vita complesso. Quindi che facciamo, vietiamo QUALISIASI cosa che non abbia una storia a loro dire “normale”? Cioè praticamente quasi la totalità di quanto riportata dalla Bibbia ad esempio. 

 Comunque a me, di quel film, quello che non ha convito è stato il doppiaggio, per il resto è stato gradevole e perfetto per divertire i bambini, che hanno menti pure e non ancora sporcate con quella cattiveria ed arroganza tipica di chi vuole decidere al posto di altri cosa si deve o non deve fare.

acqua

Solo una bottiglia di acqua

In realtà avrei voluto prendere del vino, vino bianco, che con questa giornata di sole mi sembrava più adatto al primo appuntamento, ma ho preferito aspettare il tuo arrivo, casomai proponevi una birra che tanto sta bene con la pizza, anche se per chiacchierare il vino è più adatto.
Ho aspettato quasi un’ora.
Sai quanto è lunga un’ora quando sei da solo in un ristorante? Sembra eterna.
Ed a farla sembrare ancora più lunga ci sono gli sguardi di chi ti siede intorno, che sembrano vedere tutta la tua solitudine.
E poi c’è la cameriera che freme per portarti qualcosa, ed alla tua risposta “sto aspettando una persona, intanto prendo solo dell’acqua”, annuisce sorridendo, ma dopo un’ora ti guarda e non sa nemmeno bene cosa deve dirti.
Mi ero preparato per questo pranzo, cercavo di mantenere la calma ma in realtà l’agitazione era tanta.
Avevo scelto il tavolo vicino alla veranda così ti avrei visto arrivare. Mi sarei fatto trovare con il cellulare in mano, simulando assoluta calma, fingendo di leggere qualche notizia di cronaca.
Avrei fatto un cenno con la mano, sorridendo e ti avrei detto che ero appena arrivato.
Il cellulare in mano comunque lo avevo veramente, perché continuavo ad aspettare un tuo messaggio, un qualsiasi messaggio, in fondo l’idea del pranzo era stata tua, perché io non avrei mai avuto il coraggio di invitarti.
All’ennesimo sguardo di compatimento della cameriera ho ceduto, ho farfugliato qualcosa a proposito di un guasto alla macchina e mentre glielo dicevo gli mostravo il cellulare, come se avessi ricevuto un messaggio proprio in quel momento.
“Ma lei mangia ugualmente?”
Non avrei potuto, perché avevo lo stomaco pieno di delusione, la delusione di aver creduto a tutte quelle chiacchiere, ed avrei solo voluto urlare.
Ho preso un caffè, solo perché mi sembrava assurdo consumare solo una bottiglia di acqua, poi ho chiesto il conto, ed appena è arrivato ho lasciato i soldi sul tavolo e me ne sono andato subito, senza aspettare il resto, perché non avrei retto un altro sguardo.
Appena uscito mi sono guardato intorno, per un secondo ho sperato di vederti arrivare, di corsa, farfugliando una scusa.
No. Nessuna scusa.
Chissà se mi chiamerai, casomai domani, chiedendomi scusa e raccontandomi cosa ti è successo.
Ma so che non succederà, ed io lo sapevo da subito, perché certe cose si sentono, come premonizioni, però non gli si vuole dare peso, mentre avrei dovuto capirlo che dietro a quel tuo sorriso si nascondeva solo un bicchiere di acqua.

Vi è mai capitato di perdere il controllo?

Ho trovato questo filmato tra i video più visti della settimana.
E’ stato girato da una videocamera di sicurezza, si vede una macchina che gira lungo una via e parcheggia per un qualche motivo che non sapremo mai.
Subito dopo arriva una macchina dal lato opposto e, trovando la strada sbarrata, dopo pochi secondi, manco fossero passate 3 ore, sale sul marciapiede pensando di uscire in maniera astuta con una mossa da vero maschio che non si ferma davanti a niente.
Poi, nel preciso momento in cui si accorge di aver fatto una cazzata biblica, anziché fermarsi, distrugge la macchina nel tentativo, vano, di andare via.
Alla fine, bello bello, se ne scende dalla macchina e si allontana facendo pure il vago.

Ora, a parte il fatto che questo, oltre ad una serie di multe infinite, andrebbe anche stracciata la patente e consegnato un pacchetto di schiaffi, mi chiedevo “ma a voi è mai capitato di perdere il controllo?”.
Intendo quelle situazioni in cui una violenta emozione prende il sopravvento e tutto quello che ne consegue sono una serie di gesti completamente al di fuori di ogni buon senso ma, nonostante questo, non riuscire a smettere, anzi, questa sorta di follia si alimenta ancora di più.

A me è capitato e non è una bella sensazione.

Mediopadana

Viaggi da incubo?

​Un viaggio in treno che costa tanti soldi, una carrozza con sedili comodi e poche, semplici richieste: non fumare, nemmeno le sigarette elettroniche, abbassare il tono della voce e la suoneria dei cellulari.
E’ davvero chiedere tanto?

La carrozza non è piena, ma anche queste poche persone sono state sufficienti a rovinare il mio viaggio.

Appena partiti (appena partiti) la signora vicino a me ha tirato fuori un involucro di stagnola con dentro un pezzo di torta, mentre al marito ha dato un puzzolente panino con salume e formaggio.
Cioè, era dal 1975 che non assistevo ad una scena così pietosa, forse temeva di morire a causa della fame? Oppure non era a conoscenza del fatto che una carrozza ristorante è a disposizione proprio per casi disperati?
Intanto una famiglia poco più avanti ha lasciato al figlio un cellulare con cui ascoltare, senza cuffie (SENZA CUFFIE), canzoni a cassa dritta in un idioma a me sconosciuto, che però tanto facevano ridere, ed il padre incitava il figlio a cantare alcuni pezzi di quelle baracconate scatenando l’ilarità della signora con la torta.
Tutti, tutti, TUTTI, T U T T I, avevano la suoneria del cellulare a livelli supersonici e rispondevano ad alta voce, forse per tenere ben aggiornati gli altri viaggiatori dei cazzi loro.
Una signora ha fatto settordicimila telefonate per informare, probabilmente il mondo, a che ora sarebbe arrivata e che alla sera non vuole fare troppo tardi.
Mentre la signora continuava a urlare a “Jacopooooo” che era quasi arrivata, il  bambino senza cuffie ha iniziato a battere forte la mano sul tavolo per dare il tempo di nuove orrende canzoni, robaccia in stile rap al profumo di pizza e mandolino, mentre il padre lo incitava saltellando e ridendo sul sedile con le mani alzate.
La signora con la torta è anche intervenuta dicendo che il bambino è “troppo forte” o qualcosa di simile.
Il tutto questo incubo il signore davanti ha cercato di coinvolgermi in una discussione pietosa, lamentando il fatto che per i fumatori i divieti sono una tragedia e che, poverino, sui treni dovrebbero fare una carrozza apposta perché sennò sono tutti costretti a fumare velocemente quando il treno ferma in stazione. Quando dici i veri problemi di un paese eh?
Infine, a coronamento di un viaggio da incubo, un ragazzo in giacca e cravatta si è alzato in piedi, forse per gestire meglio una telefonata che sembrava impegnativa, continuando a sbraitare “Quando arrivo sistemiamo! Quando arrivo sistemiamo! Sistemiamo occhei? Sì, sì, sì, sì, occhei, sì, sì… grazie!”

Io invece avrei tanto voluto alzarmi in piedi per richiamare l’attenzione e poi, dopo aver gridato “porcoddio, avete rotto il cazzo!” stendere tutti con un rutto protonico.
Giusto per adeguarmi alla massa eh…

amazon prime now

Amazon Prime Now

Attenzione, prima di iniziare a parlare di Amazon Prime Now ci tengo a dire che a me andare a fare spesa piace, ed anche tanto.

Mi piace girare per le corsie dei supermercati e guardare i display dei prodotti, guardare come hanno allestito i banchi assistiti, come si comportano con i clienti, poi mi piace scegliere la roba lasciandomi trascinare anche da cose sciocche come il colore della confezione, un ricordo legato a quel prodotto, una golosità del momento oppure il consiglio di qualcuno.

Certo, anche la spesa “dal bottegaio sotto casa” mi piace, ma purtroppo alle volte tra l’inopportuna insistenza di alcuni e l’autonomia di un supermercato preferisco la seconda, con le dovute eccezioni per entrambi i casi, perché per me “supermercato” non è sinonimo di “deumanizzazione”.

Detto questo, benedette siano le spese a domicilio.

Sono a casa in convalescenza, non ho assolutamente voglia di uscire a fare spesa ma, soprattutto, ho la grinta e la mobilità di Victoria Beckham, roba che il passo successivo è il baccalà ragno.
Ed è in casi come questi che servizi come quello di Amazon Prime Now si rivelano utili.

Fai la spesa utilizzando lo smartphone, non hai spese di consegna, ti avvertono quando sta per arrivare la roba ordinata e puoi anche tracciare il pacco o contattare il fattorino.
Quindi, quattro click e la spesa è fatta, scegli una fascia oraria per la consegna e poi bon, devi solo aprire la porta.

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Nota negativa?
La immensa quantità di carta.
Credo sia dovuto ai diversi settori in cui la roba viene confezionata, quindi avevo i peperoni in una busta, le zucchine in un’altra e via così, 10 articoli e 6 sacchetti.

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Ma è questo il paradiso?

Non posso definirmi credente, specialmente nella accezione più cattolica del termine, bestemmio ogni giorno ed in maniera anche creativa… la considero la mia quotidiana catarsi emotiva all’emiliana.

Però se proprio devo credere in qualcosa preferisco credere in una energia che non possiamo comprendere e che non riusciremo mai nemmeno ad immaginare, questo sì, ma di certo non credo in un dio umano che parla per voce di altri e lascia regole al limite del ridicolo, dettate 2000 anni fa ad un gruppo di ignoranti analfabeti, supportate da miracoli esilaranti (tipo che ha fatto catering ed ha organizzato un matrimonio) e da qualche apparizione in posti sperduti (oh, mai che sia apparso a chi era in coda all’ufficio postale), tutte regole raccolte in un libro umanissimo, ben lontano dalla voce di un dio che ha creato un universo intero, un libro pieno di storie orribili, errori grossolani ed un sacco di bugie.

Eppure anche a distanza di così tanti anni, in nome di quel libro si commettono un sacco di oscenità, guerre ed omicidi, quando alla fine, a ben pensarci, basterebbe vivere utilizzando rispetto e buon senso e saremmo tutti felici.
Comunque tutti questi pensieri mistici me li ha stimolati il cielo meraviglioso ed imponente che oggi sovrasta Reggio Emilia.
Maestose nuvole bianche che coloravano un cielo di un blu intenso, prati che l’acqua di ieri ha dissetato (anche affogato a dire il vero) che esplodevano di un verde luminoso, un’aria fresca che profumava di primavera e mille altri colori che si nascondevano ad ogni angolo.
Ecco, mentre mi godevo questa meraviglia mi chiedevo: com’è possibile non rispettarla?
Tutti a parlare del paradiso che ci aspetta da morti dimenticando il paradiso che potremmo vivere. Pensate che affare, ci godremmo una vita terrena ed anche, per chi ci crede, una vita spirituale: due al prezzo di una.
Invece ce ne freghiamo, continuiamo ad inquinare, disboscare, costruire oscenità in maniera incontrollata, figli del consumismo più becero, mangiando merda e dimenticando il gusto di un buon pasto, vivendo tutto con disinteresse e correndo sfrenati alla ricerca dell’infarto che finalmente ci farà rallentare.
Tanto poi c’è il paradiso vero?
Ecco, io sono sempre più convinto che quello che voi chiamate “il Dio”, un paradiso ve lo ha già dato, un posto meraviglioso come questo in cui poter vivere, poter godere in mille modi, poter amare, poter ridere (ma quanto è bello ridere?), viaggiare e conoscere mille cose.
Questo è un paradiso, cazzo! Un paradiso che non dobbiamo guadagnare tipo uno stipendio a fine mese, perché questo paradiso c’è già e lo dobbiamo solo conservare.
Certo, poi alla fine si muore e lascia il paradiso ad altri, perché l’eternità è noiosa, e l’idea di volere tutto “per sempre” è da ingordi.
Ma questi sono solo i pensieri di un povero stupido.

(fotografia di Gerardo Vizmanos)