Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?

Che ti piacevo l’avevo capito da come mi ronzavi intorno, con quella tua maniera insistente che ben conosco e che non ho mai sopportato.
Ricordo bene anche la sera in cui ti ho visto l’ultima volta: era un mese fa.
Ricordo il tuo modo in cui riuscivi ad irritarmi, ricordo che stavo cucinando una cosa così poco eccitante, una zuppa di legumi che invece a te sembrava piacere tantissimo, ricordo di averti scacciato in malo modo, tirandoti addosso lo straccio che avevo attaccato vicino al lavandino, bestemmiando come faccio di solito con quelli come te.

Alla fine la zuppa era venuta uno schifo, ma mi dispiaceva buttarla via, e così l’ho congelata in tante vaschette, pronte da utilizzare in quelle serate di stanca in cui la voglia di cucinare manca. Serate come questa.
Perché, dopo una pesante giornata di lavoro, la fame che ho ignorato per troppe ore si è ripresentata, ed io da offrire avevo solo un frigorifero vuoto.

Quindi, nonostante il caldo, forse anche per colpa dello stomaco che borbottava, l’idea di un piatto di zuppa non mi è sembrata così male, e così ho tolto dal freezer una scatola di quella avanzata da quella sera.

L’ho messa nel pentolino, con un poco di acqua, ho messo il coperchio e l’ho lasciata sulla fiamma bassa mentre io facevo la doccia.
Scongelata e riscaldata era anche peggio di come la ricordavo, ma, in cucina come in amore, la fame e la noia fanno accettare un sacco di cose.

Mangiavo senza entusiasmo, portando il cucchiaio alla bocca in maniera automatica, ascoltando le canzoni che il mio iTunes passava in maniera casuale con abbinamenti a volte discutibili. Ma non mi importava, in fondo il mio era solo un modo per riempire quella borbottante sacca piena di acidi che mi stava disturbando da ore.

E poi, all’improvviso, proprio mentre rimangiavo l’orrenda zuppa di quella sera, eccoti di nuovo davanti a me, immobile, senza quell’entusiasmo e l’energia che avevi un mese fa.
Continuavo a fissarti ed i ricordi dell’ultima volta che ti ho visto hanno riempito la mia testa. Ogni momento è stato come appena vissuto.

Hai semplicemente fatto finta di sparire dalla mia vita, aspettando, inconsciamente, il momento migliore per tornare ad irritarmi. Se volevi lasciarmi senza parole, beh, ci sei riuscito! E lo hai fatto restando un mese attaccato ad un fagiolo, chiuso dentro ad una scatola di plastica dentro ad un piccolo freezer, per poi ripresentarti, morto, dentro al mio piatto.
Che tu sia maledetto, lurido e schifosissimo moscone di merda!