Parcheggi a Milano

Oggi ero a pranzo in un delizioso ristorantino milanese e, visto che pioveva e non avevo voglia di metropolitana, ho pensato di andare all’appuntamento in macchina.
Non avevo però preso in considerazione una cosa: parcheggiare a Milano non è come parcheggiare a Reggio Emilia.
Ora, vi chiedo, avete mai parcheggiato a Milano?
No perché ci sono un sacco di cose davvero complicate.
E non parlo del tempo che ho impiegato a trovare un cazzo di buco dove piazzare la macchina, quello è un problema di tante città, parlo delle modalità di pagamento.

Allora, se qualcuno che non abita a Milano capita in città per un qualche motivo, dopo aver piazzato la macchina deve, giustamente, pagare la sosta.
Peccato che, come uno si aspetterebbe, non trova le colonnine dove infilare le monetine, ma deve trovare i fantasmagorici “Gratta e sosta”.
No beh, divertentissimi.
Sono dei tovaglioli 6 metri per 4, con tutta una serie di caselline dorate, praticissimo anche come tendina parasole.
Devi grattare prima il numero di codice, che non ho capito perché lo nascondono, poi gratti l’anno, poi il mese, poi il giorno, poi l’ora, poi i minuti ed infine lo piazzi sul cruscotto.
Tra trovare il biglietto e poi grattarlo, come minimo 20 minuti partono. Ma dico, qualcosa di più semplice non c’era?

E non ditemi l’sms per la sosta, perché per usare quello devi prima iscriverti al sito, versare una quota che parta da 10 euro, aspettare il tagliando per posta ed infine attaccarlo alla macchina.
Praticissimo vero?

Dear Pisapia, che ne dici di introdurre nuove e divertentissime opzioni di pagamento?
Ad esempio, per poter lasciare la macchina in sosta, si dovrà prima scoprire quale negozio nelle vicinanze ha un paio di bonghi all’interno, dopo di che si dovrà indossare un parruccone riccio (che tutti tengono in macchina) ed infine ballare sfrenatamente sulle note di Aie a Mwana.
Solo a quel punto, il negoziante che nascondeva i bonghi, potrà vendere il tagliando sosta.

Almeno alla fine si ride.

Non so chi ha avuto l’idea dei gratta e sosta, però c’è una mia amica che gli vorrebbe tanto dire qualcosa